LUCE COME STRUMENTO E MATERIA DELL’ARCHITETTURA

25 Ott LUCE COME STRUMENTO E MATERIA DELL’ARCHITETTURA

  1. Luce e lo spazio-tempo

La meridiana esprime in sintesi il rapporto della luce con lo spazio-tempo.

Nel campo dell’architettura contemporanea, un architetto come Alberto Campo Baeza, utilizza i raggi di luce che entrano attraverso i grandi ritagli dei cubi o dei prismi parallelepipedi delle sue case, per far percepire agli abitanti il trascorrere delle ore del giorno fino all’apoteosi del tramonto.

Campo Baeza – spiega Manuel Blanco  – “utilizza la luce per tensionare lo spazio, per mettere in azione il contenitore spaziale mediante l’introduzione di un elemento che lo riempie e lo valorizza. Il fascio di luce che attraversa in diagonale i suoi spazi  la luce orizzontale, profonda, radente sul piano del pavimento, a marcare il vuoto.

Non stiamo parlando di una luce diffusa o dell’illuminazione e del valore omogeneo della luce nei distinti piani di un volume, interno o esterno che sua, ma di qualcosa di molto più concreto e materiale: di una macchia di luce, come un elemento che agisce – da solo o formando una serie – e che va via via cambiando di forma omoteticamente secondo il movimento solare e si va dislocando durante il giorno, come un vero protagonista.

Luci verticali che piovono dai lucernari del tetto, situati quasi sempre vicino al muro, come finestre aperte verso il cielo, illuminando il muro radenti o stampando la loro impronta sul muro e sul pavimento.

E alla fine del giorno sempre una finestra alta verso ovest fende nuovamente lo spazio introducendo l’ultima diagonale di luce, che ascenderò verticalmente lungo il muro opposto fino a svanire con le ultime luci del ponente.”

D’altro lato, il giapponese Tadao Ando disegna case che sono – secondo le sue parole – “strumenti per prendere il controllo della natura”. “Io credo – aggiunge – che i materiali di costruzione non si limitino al legno o al cemento, i quali hanno forme tangibili, ma vadano oltre e comprendano anche il vento e la luce, che si appellano ai sensi”.

“Misurando il tempo e la natura attraverso i movimenti delle ombre, o il rumore della pioggia che batte sui lucernari – dice Tom Heneghan  – queste aperture uniscono la vita dello spazio stesso con le vite dei suoi occupanti umani”.

I raggi di luce che tagliano diagonalmente gli spazi delle case di Ando e illuminano le pareti nude di cemento, trasferiscono la natura negli interni – allo stesso modo in cui l’antica tecnica dello Shakkei introietta i paesaggi esterni – e così segnano di nuovo le ore del giorno.

Le fotografie di Richard Pare, raccolte nel libro “I colori della luce”, “vogliono comunicare la maniera in cui gli edifici di Ando possono essere vissuti e sperimentati, piuttosto che il modo in cui appaiono all’occhio dell’osservatore”; infatti ricostruiscono gli spazi documentando specialmente il ruolo della luce nel dar loro forma e nel caratterizzarli sensorialmente.

L’ombra, la luce solare e la geometria si risolvono in fenomeni esperienziali. Se l’architetto si confronta con questo fenomeno naturale della luce, un certo spazio architettonico può creare differenti patterns di ombre. Aprire gli occhi per vedere i fenomeni cangianti della luce del giorno e delle stagioni è un obiettivo fondamentale.

Una chiara concezione che possa condurre la geometria, la struttura e il materiale, dà forma agli spazi di luce.

Rifrazione, riflessione, trasparenza. Il gioco visuale della luce rifratta e riflessa può sviluppare un cambiamento quotidiano e stagionale – una musica progettata attentamente in ciascuna stanza. Aprire una finestra lontana in un muro significa porre il suo vetro in ombra – una buona pratica per ombreggiare una facciata sud.

Progettare una finestra verso l’esterno in una facciata nord è invece un modo per catturare e inquadrare sezioni del paesaggio riflesso nella facciata di una casa. La trasparenza dentro la luce diffusa di una facciata in vetro può produrre una meravigliosa qualità diffusa” .

 

  1. La pioggia di luce

Il setaccio è un oggetto che può rappresentare il concetto di “pioggia di luce”, e descrive la perforazione zenitale che la può generare – ma potremmo evocare anche a questo proposito l’immagine del firmamento.

La “pioggia di luce” è un altro modo di dialogare  con lo spazio architettonico, un modo capace di generare sensazioni suggestive nel fruitore e di introdurre nello spazio architettonico un efficace dinamismo di luce ed ombra, senza necessità di cambiare la forma cava dello spazio medesimo.

Esempi importanti di questo procedimento progettuale si possono trovare in molte opere dei maestri del Moderno o dell’architettura contemporanea.

Si basano su insiemi o costellazioni di oculi-lucernari, e possono dar luogo – in funzione delle tecniche di rifrazione prescelte – ad effetti di illuminazione diffusa ed omogenea, adatti per esempio per ammirare e leggere nei musei e nelle biblioteche o semplicemente ad effetti di “pioggia di luce”, con sorprendenti effetti di luce e colore.

Una volta ancora Alberto Campo Baeza può esser chiamato a testimone, nella progettazione contemporanea, di questo tipo di sensibilità: l’opera forse più esplicita in questo senso è la Cassa di Risparmio di Granada.

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Come sottolinea Manuel Blanco (4), la luce – per Campo Baeza – è uno “spazio cinetico”, marcato dal tempo lento della giornata. Un “setaccio” che filtra la luce del tetto e la fa vibrare frammentata in molti raggi.

 

  1. La luce e la vibrazione

La gelosia è la figura che trascrive in architettura il “setaccio” di luce, anche in verticale, in un tessuto denso e produce sensazioni vibranti, perfino più dinamiche e chiaroscurali, con un grande potenziale narrativo.

Nel campo dell’arte, lavora in questo senso la scultrice Cristina Iglesias, con i suoi “suspended corridors”, corridoi e stanze vibranti di luci ed ombre che disegnano misteriose narrazioni da vivere per chi li percorre e che fanno chiaro riferimento agli spazi arabescati delle casbah magrebine.

Simili giochi di vibrazione di luce e ombra si sono prodotti spesso nel campo dell’architettura contemporanea, molto interessata alle texture di superficie e alla loro capacità di caratterizzare lo spazio interno e al medesimo tempo di “far parlare” le facciate degli edifici: dalle pareti tatuate di Herzog e de Meuron alle pareti-persiana di Kengo Kuma o di Peter Zumthor, tutte opere che costruiscono atmosfere vibranti mediante la luce.

Questo tipo di ricerca dell’architettura contemporanea, riproponendo una dimensione decorativa – sia pure astratta – e talvolta perfino interattiva delle superfici edilizie, reintroduce attraverso i giochi di luce e ombra una risposta sensoriale negli spazi architettonici troppo spesso resi asettici dalla astensione figurativa del Moderno.

Kengo Kuma-

 

Un esempio fra arte e architettura eccezionalmente interessante per documentare la capacità della luce di disegnare come un raggio laser le sensazioni dello spazio architettonico è l’installazione creata sull’isola di San Lazzaro a Venezia – in una Biennale di qualche anno fa –dal lavoro combinato dell’artista Olafur Eliasson e dell’architetto David Adjaye.

In quel lavoro, intitolato Your black horizon, Eliasson propone di riprodurre il colore e l’intensità del cielo veneziano proiettandoli ad altezza d’occhio in forma di una linea continua di luce in cui si comprime tutto il ciclo del giorno in soli 15 minuti. Il padiglione in legno progettato da Adjaye disegna una sequenza spaziale che, a partire dalla riva dell’isola, conduce all’interno completamente buio, e unisce l’intensità del cielo aperto al cielo condensato nell’installazione di Eliasson – e al medesimo tempo permette che l’occhio del visitatore possa muoversi e adattarsi gradualmente dalla luce solare intensa dell’esterno all’interno buio.

All’aria libera, il senso del luogo si basa sulla lettura del paesaggio circostante; nell’interno buio, invece, si fonda sulla coscienza più acuta della posizione stessa del corpo del visitatore.

 

  1. La luce e l’atmosfera

Un trattamento speciale della luce (e una condizione speciale per parlare del tema della luce) si può rintracciare in una dimensione spaziale e formale di nebbia, che introduce una lettura e una percezione della luce come “materia atmosferica pulviscolare”.

Quest’accezione lavora sulle proprietà della luce che si riferiscono al traslucido, all’opalescente, all’evanescente, al pulviscolare appunto, fino allo “sfocato”: un tema che nell’arte, per esempio, è stato ampiamente studiato e rappresentato dagli esperimenti di Gerhard Richter e che nell’architettura contemporanea è ampiamente affrontato in molte esperienze recenti – soprattutto giapponesi – inaugurate forse per primo da Toyo Ito.

“L’atmosfera della metropoli – scrive Toyo Ito  – è densa di rumori, colori, informazioni, odori… Non tutti si percepiscono con la vista, ma sono sprigionati e diffusi nell’atmosfera grazie alla tecnologia, che ne varia la intensità come se fossero nuvole o nebbia aleggianti nello spazio urbano.

Bisogna concepire un’architettura dotata di involucri che funzionino come sensori simili alla pelle umana e che ne possiedano la reattività e la morbidezza.

L’architettura evanescente deve avere un carattere fluttuante, che consenta il mutamento temporaneo. Un’architettura che cerca di raggiungere la trasparenza e l’omogeneità, ma che rispetta anche i lineamenti distintivi del luogo”.

Mi riferisco soprattutto alla ricerca che è stata al centro della mostra curata da Sejima per la Biennale di architettura di Venezia del 2010, intitolata People meet in architecture; in cui s’indagava sul ruolo dei sensi nella definizione dello spazio architettonico e specialmente nel rapporto fra il fruitore e lo spazio; si ricercavano modi di progettare che considerassero tutte queste percezioni in senso fenomenologico: un’architettura che sappia lavorare con la trasparenza, con la nebbia, con l’atmosfera.

 

Kazuyo Sejima-

“L’atmosfera  può riguardare le proprietà fisiche, gli effetti visivi, la logica organizzativa, le relazioni scalari e la densità programmatica di un’opera. Può descrivere le relazioni tra interno ed esterno, la luce e l’aria, il riflesso, la rifrazione, la connessione e i modi in cui vengono sperimentati”.

Non è certo una coincidenza che questo tipo di uso della luce sia diffuso nella ricerca dell’architettura giapponese, o in genere in quella influenzata dalla civiltà orientale, poiché le radici di questo tipo di esperienza spaziale affondano proprio nella tradizione della casa giapponese, con i suoi concetti spaziali connessi al taoismo e al pensiero zen e all’uso delle pareti traslucide di carta di riso (shoijn).

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  1. La luce e il simbolo

Ma la luce è quasi sempre anche un concetto “sacrale”, con un forte potenziale simbolico e mistico. Non è casuale quindi che la luce sia un elemento-chiave dello spazio di culto religioso e in generale dell’architettura connessa con la monumentalità dei simboli e delle memorie.

Similmente al caso dell’oculo cosmico del Pantheon o del tholos già citato, il fascio luminoso può prendere altre forme più o meno simboliche e sempre molto emozionali, come il segno della croce della chiesa della Luce di Tadao Ando o i tagli luminosi del Museo Ebraico di Libeskind a Berlino.

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I suoi effetti di colore possono risolvere – quasi da soli – la sostanza formale e emozionale di chiese come quelle di Ronchamp e La Tourette di Le Corbusier o di Santa Maria a Marco de Canaveses di Alvaro Siza o di Sant’Ignazio a Seattle di Steven Holl, tanto per citare alcuni degli esempi più importanti della produzione dell’architettura moderna e contemporanea.

 

  1. La materia-luce

Conducendo al limite il ruolo formale e compositivo della luce, si può infine trovare, in alcune esperienze, un’architettura basata per intero sulla materia-luce come vero materiale di costruzione della materia-spazio e talvolta capace di prendere su di sé anche i valori simbolici e sacrali prima menzionati.

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Questa è l’esperienza dell’arte di Dan Flavin o di James Turrell, che a volte si applica pure alla costruzione di spazi architettonici : un’esperienza che si trova pure nelle esperienze proposte dagli architetti; come è i caso di molti progetti di Steven Holl, non solo nella citata chiesa di Seattle, ma anche per esempio nel museo Atkins e in altri lavori più recenti, o che conduce a progettare veri e propri apparati luminosi, cromatici e cangianti, come negli esperimenti di facciate interattive.

  1. La luce e i corpi (gli oggetti)

 

Tuttavia non si può dimenticare il detto famoso di Le Corbusier “L’architettura è il gioco sapiente e rigoroso dei volumi sotto la luce”, che si riferisce ad un uso della luce come generatrice di effetti di chiaroscuro, non tanto nella definizione degli spazi interni, ma soprattutto nella definizione dei volumi e pertanto dello spazio architettonico.

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In questo caso, la luce presuppone un ruolo capace di esaltare la “plasticità” degli “oggetti a tutto tondo”, che non è applicabile solo all’architettura “scultorea”, ma anche agli oggetti artistici quando si tratta di focalizzarne e illuminarne la contemplazione negli spazi espositivi.

Esempi illustri in questo campo si ritrovano nell’architettura italiana degli anni del dopoguerra con autori come Franco Albini e Carlo Scarpa, maestri nella capacità di esaltare attraverso la luce le opere d’arte esposte.

 

  1. La luce come corpo luminoso

Infine, la luce (non tanto quella naturale, ma quella artificiale) può essere a volte il materiale proprio della costruzione architettonica. E’ il caso della luce che costruisce i fari e le lanterne, e che si converte essa stessa in un corpo luminoso e illuminante.

Una volta di più la tradizione orientale è un riferimento importante. Con la sua capacità di valorizzare la trasparenza o meglio la “traslucidità” delle pareti di carta di riso; trasformando così facilmente in lanterna notturna qualsiasi volume architettonico e in misteriose ombre le presenze umane che lo abitano.

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Un edificio di cristallo che diventa un edificio-lanterna è ricorrente in molti progetti, tipo:  il Kursaal a San Sebastian di , il Museo Atkins di Holl o la Mediateca di Sendai di Toyo Ito.

*Il presente saggio riproduce, il testo della conferenza tenuta al Convegno internazionale “El soporte: desde la oscuridad hacia la luz. Reflections & Illuminations”, a cura di Kosme de Barañano, Altea, 2012, pubblicata in lingua spagnola negli atti omonimi del convegno, Fundacion Cañada Blanch, Valencia, 2013.

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