Il Grande Cretto di Gibellina, l’arte che si fa materia

Il Grande Cretto di Gibellina, l'arte che si fa materia

18 Apr Il Grande Cretto di Gibellina, l’arte che si fa materia

Il Grande Cretto di Gibellina, l’arte che si fa materia

Quando nel Gennaio del 1968 il terremoto di magnitudo 6.1 scosse violentemente la Valle del Belice e gran parte della Sicilia nord-occidentale, del piccolo paese di Gibellina – provincia di Trapani – non restarono che macerie, e le memorie dei superstiti. Il piccolo centro siciliano fu quasi raso al suolo, e tali furono le devastazioni che l’allora sindaco Ludovico Corrao e la sua giunta, decisero di riedificare la Nuova Gibellina una ventina di chilometri più a valle, sul territorio del comune di Salemi, anziché ricostruire la cittadina facendola risorgere dalle macerie antiche. La scelta fu sicuramente una scelta singolare, ma fu anche l’illuminata intuizione del sindaco Corrao che riuscì in pochi anni, a portare sul territorio della Valle del Belice alcuni fra gli artisti e architetti più importanti dell’epoca.

Ed è per questo motivo, che, chi oggi visita Gibellina Nuova, lo può fare passeggiando per la Piazza del Municipio di Franco Purini (o il Sistema della piazze di F.Purini e L. Thermes), passando attraverso la porta d’ingresso “Porta del Belice” di Pietro Consagra, e ammirando ad esempio la grande sfera di Ludovico Quaroni, o l’”Omaggio a Tommaso Campanella” di Mimmo Rotella.

Il grande “pezzo d’artista” è però a Gibellina Vecchia, ed è fra le sue macerie, o meglio, sono proprio le sue rovine. E allora l’opera che più ha segnato nell’ immaginario collettivo la storia di Gibellina e della sua ricostruzione, è senz’ altro il Grande Cretto di Alberto Burri.

Il Grande Cretto di Gibellina

Umbro di nascita – Città di Castello, Perugia 1915 –  Alberto Burri, è stato uno dei più grandi artisti del secolo XX. Espone la sua prima personale nel 1947 presso la Galleria La Margherita di Roma, e già dai primi anni 50 si avvicina alla corrente dell’Arte Informale, di cui poi diverrà uno dei maggiori esponenti, grazie all’ utilizzo di materie povere, organiche o sintetiche (legni, metalli, sacchi di juta, plastica), e al rifiuto totale della forma.

Il rifiuto della forma fu ,infatti, il leitmotiv della corrente Informale che si sviluppò nella seconda metà degli anni 50, nel cuore pulsante dell’ Europa, come risposta degli artisti agli orrori della Seconda Guerra Mondiale e alla conseguente morte dell’arte. Da quel punto in poi gli artisti avrebbero decretato defunta la rappresentazione figurativa della realtà, e quindi abbandonato la tradizione accademica della forma, per adottare un nuovo linguaggio informale, gestuale, spaziale, materico.

Mentre in America l’Informale si esprime tramite la pittura gestuale e l’Action Painting di Jackson Pollock, in Europa prende vita la tendenza di un Informale che pone in primo piano la materia sulla forma, ed è l’Informale Materico di Jean Dubuffet, Antoni Tàpies e Jean Fautrier. Alberto Burri, dopo una breve parentesi astratta, ne diventa il più grande promotore creando opere come i Sacchi(1953-1954), i Legni (1956) o i Ferri del 1957. Ma saranno i Cretti, distese materiche caratterizzate da tagli radiali che Burri comincerà a creare agli inizi degli anni Settanta, a rendere l’artista, scomparso nel 1995, immortale. (In Italia: Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea, Roma, e Museo di Capodimonte, Napoli)

Alberto Burri l'arte si fa materia

Il Cretto di Gibellina (1984-85) fu sicuramente una delle sue più grandi opere, nonché una delle opere di arte contemporanea più estese del mondo con una superficie di 8000 metri quadrati. A causa dell’interruzione dei lavori nel’89, l’opera è rimasta incompiuta sino alla realizzazione avvenuta nel 2015, dopo trent’anni dalla sua progettazione. Il Cretto – che altro non è che un’immensa colata di cemento bianco gettata sulle macerie della Vecchia Gibellina- ha compattato in blocchi squadrati di 300 x 400 metri e alti 2, gli isolati e quel che rimaneva dell’antica cittadina, pur mantenendo inalterato l’assetto dei piccoli vicoli e sentieri. Metaforicamente l’opera avrebbe dovuto rappresentare un sudario, un lenzuolo funebre che avrebbe coperto il paese antico per commemorare le vittime del terremoto del ’68.

Gibellina post terremoto

 

Dopo trent’anni dal progetto dell’artista, Il Grande Cretto è, sì, completato, ma versa in una condizione di degrado senza paragoni. Le cause del degrado sono molteplici, alle cause intrinseche della natura del progetto si sono aggiunte l’incuria e la mancanza di interventi manutentivi, quella che doveva essere una grande distesa di cemento bianco è adesso una grande macchia grigia. Il cemento Portland gettato sulle rovine di Gibellina ha creato chiaramente blocchi di materiale estremamente eterogeneo – mobilio, tessuti, murature – e questo in termini di conservazione ha creato diversi problemi, portando a rottura la gran parte dei blocchi. Inoltre il progetto prevedeva l’inserimento, all’interno di questi ultimi, di alcune lamiere ondulate in superficie che ricreassero l’effetto in sommità, e questo ha fatto sì che si manifestassero, anche grazie alla cattiva miscelazione del cemento, comuni effetti di carbonatazione dei ferri che, ossidandosi, appunto, hanno portato a rottura il materiale; nelle fessure, quindi, è penetrata l’acqua che ha portato alla formazione di vegetazione infestante e patina biologica in copertura. I blocchi inoltre, non avendo strutture di fondazioni sono soggetti a scivolamento, e stanno lentamente declinando lungo il pendio.

Il grande cretto illuminato

Mille lampade per Gibellina

Il Grande Cretto di Gibellina per alcuni è destinato a scomparire, così come si pensa fosse scritto nella volontà dell’artista, volontà testimoniata dall’ utilizzo di alcuni materiali facilmente degradabili come il cemento armato, e dalla volontà dell’artista di non intervenire, nonostante la manifestazione dei problemi dell’opera già durante i primi anni della sua realizzazione, aspirando forse ad una decadenza voluta.

Burri oltre la materia

Il restauro dell’imponente opera d’arte del Maestro dell’Informale italiano non è stato ancora avviato completamente a causa delle visioni contrastanti della critica moderna sull’argomento, ma sono state fatte indagine diagnostiche, sostituito il calcestruzzo deteriorato ed i ferri esposti ossidati, estirpate erbacce e puliti i blocchi con particolari tecniche di pulitura con biocida e criogenica, ma manca ancora tanto.

 

Il dibattito è ancora fortemente acceso, e mentre il mondo accademico si schiera favorevole o contrario al restauro del Grande Cretto, i blocchi di Gibellina, bianchi cemento, scivolano via, e con loro la memoria di ciò che è accaduto.

Il futuro

La Regione sembra finalmente aver accolto a pieno titolo il “Grande cretto” tra le opere oggetto di tutela. Parrebbe iniziata una nuova fase ma va detto che, come per le altre opere di Gibellina, il problema della tutela di questo immenso museo a cielo aperto è tuttora irrisolto. Infatti, mentre a giugno dal Palazzo di Lorenzo è stata trafugata la scultura del “Serpente” in bronzo di Pier Giulio Montalto, poi ritrovata in quattro pezzi pronti per essere fusi, il 25 settembre l’area del Cretto è stata saccheggiata da malviventi che hanno asportato numerosi lastroni in pietra dell’antica pavimentazione di Gibellina vecchia.

A breve si attende che la Soprintendenza bandisca la gara per il restauro dell’opera, il cui finanziamento (Mibact e Lottomatica) ammonta a 1,1 milioni. Nell’intervento è anche prevista la realizzazione di un presidio informativo sull’opera e la sua storia. Un’adeguata segnaletica e altri servizi di comunicazione dipenderanno invece da un altro progetto regionale di riqualificazione territoriale inerente il “Grande cretto”.

Gibellina, l'arte che si fa materia

Mentre ci si augura che questo rinnovato interesse possa contribuire al rilancio dell’opera di Burri e dell’intero museo all’aperto di Gibellina, non vorremmo che lo spostare tutta l’attenzione sul “Grande cretto” col suo indubitabile valore artistico faccia calare un velo d’indifferenza verso l’altra immensa opera incompiuta che è Gibellina nuova. Una città che, ancora adesso, non ha un’immagine figurativa chiara e non ha saputo costruire un’idea di urbanità. Questa indeterminatezza e incompletezza che investe tutti i centri della ricostruzione del Belice dovrebbe dare spunto a un ripensamento su come intervenire dopo le catastrofi naturali.

 

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